martedì 28 dicembre 2010

A guisa di dandy bevevo cognac


Mia madre sfogliava novella 2000
Ed io ai suoi piedi leggevo Prevert
Avevo dieci anni ma pensavo già alle donne
E chiuso nel mio bagno amavo Edwige Fenech
A scuola i ragazzi giocavano al calcio
Ed io sul muretto citavo Verlaine
Avevo 16 anni e pensavo solo al sesso
Poi vidi le sue labbra e me ne innamorai
Le scrissi più o meno duecento poesie
La prima diceva così:Amami come se fossimo ancoraIn quel bar di Berlino a fumare Pall Mall
Amami come quella volta all’Esselunga
Quando in preda alla fame rubammo una baguette
Mio padre voleva che facessi il ragioniere
Ma io impenitente risposi: “giammai!”
Avevo vent’anni e coi miei capelli lunghi
A guisa di dandy bevevo cognac
Avevo già scritto tremila poesie
La prima diceva così:
Amami come se fossimo ancora
In quel bar di Berlino a fumare Pall Mall
amami come quella sera a Marsiglia
quando in preda al barbera mangiammo escargot
A giugno mi chiese di amarla per sempre
Ma io impenitente risposi di no
Avevo trent’anni e vivevo da bohemien
Lei disse sottovoce: “vedrai te ne pentirai…”
Amami come se fossimo ancora
Fra calde lenzuola nel letto dei tuoi.
[Dario Brunori]

sabato 25 dicembre 2010

I LOVE J. INGRES. la grande Odalisca 1814 (Louvre, Paris)

l'amore HA un odore

amore mio. 
amore ,amore, amore mio,ogni parte del tempo che esiste e poi scompare ha il sapore di te, se avessi un profumo, uno soltanto, io penso saresti rosmarino. 
Che da piccola, di agosto, m'affacciai alla finestra e tutti i campi erano lesi dalla calura, le mie mani scottavano, le cicale frinivano, le campane suonavano, le strade asfaltate si riempivano di pozze fumanti, ma sul mio davanzale... 
E d'un tratto soffiò un vento gentile, qualche uccello disegnava in volo. 
Amore, amore, amore mio, mi rapì l'odore di te e mai fù più bella estate.

martedì 21 dicembre 2010

Ad Holden piaceva il surrealismo

"La fantasia è la facoltà più libere delle altre, essa infatti può anche non tenere conto della realizzabilità o del funzionamento di ciò che ha pensato. é libera di pensare qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile, impossibile.
Il verismo vede l'ogetto così com'è.
Il surrealismo lo vede in combinazioni strane."
Bruno Munari -Fantasia-

La mia predisposizione al surrealismo nasce probabilmente da una pulsione di rifiuto per ciò che abbiamo intorno, assumo un atteggiamento adolescienziale di protesta, come il giovane Holden. Sempre. Ci chiedono di essere concreti, razionali, materiali. Ci chiedono (e lo fanno in maniera silenziosa) di AVERE cose, case, cani. Mi adatto (ho cose, casa e cane), ma non posso rinunciare, proprio non posso, ai cartoni animati, all'irrazionale per eccellenza, all'accettazzione che una cosa sia così, vera e fredda, perchè il mondo gira in un senso che non capisco.

Ma ormai il surrealismo fà parte di un'epoca che non mi appartiene, ed oggi vivo il il surrealismo pop. Carrellata di immagini.
 
 








sabato 18 dicembre 2010

Pitti Uomo, tra creatività e innovazione.


PITTI CITY è  il l tema di gennaio 2011
Lo skyline di una città che è un po’ Firenze, e un po’ ogni luogo metropolitano che fa riferimento alla moda contemporanea: è Pitti City, il tema di questa edizione del salone. Pitti Immagine, con la sua idea non tradizionale di fare fiera, ha da sempre avuto un rapporto molto stretto con la città. Questo gennaio sarà la città a entrare nella manifestazione: alla Fortezza da Basso, grazie agli interventi dei Tankboys, gruppo di illustratori e graphic artist, ci saranno enormi sagome di palazzi storici e grattacieli, piazze, monumenti, mercati e negozi, a disegnare una città dentro il salone, con una visione ironica e artistica, in grado di mettere assieme tutte le diverse anime e sezioni del salone. E ancora, ricostruita attraverso lightbox e manifesti, una mappa tridimensionale comunicherà l’accesso alle diverse sezioni, segnerà il percorso e l’offerta espositiva del salone. Una nuova testimonianza di quanto Pitti Uomo rappresenti, con la ricchezza delle sue diversità, il panorama più completo della moda maschile.
 
Il NUOVO LAYOUT di Patricia Urquiola completa la trasformazione del Centrale
A gennaio il progetto del nuovo layout affidato all’architetto e designer Patricia Urquiola completa la geografia del Padiglione Centrale, coinvolgendo anche gli spazi del Piano Terra: una disposizione degli stand più aperta, che mette in dialogo i prodotti e i marchi come in un vero department store. Nel percorso tra le collezioni il Piano Terra dialogherà in modo ancora più diretto con il Padiglione Cavaniglia (sezione Sport & Sport) da una parte, e con la ricerca del Fashion District dall’altra (con le sezioni Futuro Maschile, Touch!, l’Altro Uomo). Il Padiglione Centrale diventa così sempre di più luogo in cui Pitti Uomo elabora le tendenze più attuali del lifestyle, ma anche il simbolo di come il salone si sia evoluto negli anni, coniugando tutte le anime del menswear che in questo momento sono più forti sul mercato.
 
Il ruolo del NUOVO FORMALE a Pitti Uomo
Cresce il ruolo del “nuovo formale” nella geografia del salone e della moda maschile. Da una parte il Piano Inferiore del Padiglione Centrale è sempre più il luogo scelto dalle aziende - con nomi come BoglioliBrunello Cucinelli,Church’s, CIPA di Kiton, CrucianiLardiniIsaiaJacob CohenDrumohr e altri - per rappresentare con le loro collezioni lo stile emerso nelle ultime stagioni dalla contaminazione tra classico, ricerca e sportswear, espresso da altri nomi di punta del nuovo classico come CIPA di Kiton e Cantarelli, sempre protagonisti al Centrale. Dall’altra Futuro Maschile, con le sue aziende italiane e internazionali - nomi come SartorioRodaCamoshita United ArrowsAlden e altri - continua ad esprimere la nuova eleganza maschile attraverso un prodotto capace di coniugare carattere sartoriale, contenuti di stile e concretezza. Realtà affermate che da molte stagioni puntano sulla Fortezza da Basso per rinnovare la loro identità, in sintonia con i gusti, gli stili e la velocità del presente.
 
Cresce l’attenzione sullo SPORTSWEAR
Le grandi aziende dello sportswear, quelle che in questo momento stanno raccogliendo risultati importanti sul piano commerciale, fanno investimenti sempre più consistenti su Pitti Uomo, segno che il salone è riconosciuto come la piattaforma ideale per presentare le collezioni e le nuove iniziative. E mentre marchi come Marina Yachting e CP Company si aggiudicano spazi più grandi e creano allestimenti d’impatto, assistiamo anche a rientri importanti, come quello di Façonnable e di Jeckerson, o ad anteprime mondiali come la nuova raffinata collezione di Albert Arts.
 
Nuovi POP UP STORE al CENTRALE
Oltre che al Piano Inferiore e all'Attico, anche al Piano Terra ci saranno i Pop Up Store: un'area dedicata al design, con una speciale selezione di oggetti di "easy design", progetti di qualità e lusso quotidiano firmati Skitsch che dialogano con un pubblico allargato, ideati per essere venduti nei migliori concept store. Una collezione completa per l'abitare, volutamente eclettica, firmata da designer internazionali, noti ed emergenti - in collaborazione con l'art director Cristina Morozzi; e un Pop Up Store dedicato al benessere, con prodotti per la cura del corpo e della persona, sempre scelti in modo autoriale. E ancora, un’area dedicata alla passione per le moto: la Fine Art Dirt Collection sarà un’esposizione di 7 moto e una mostra che racconta due discipline come lo speedway e il flat track, interpretate da Roberto Totti e Mr Martini, due customizer di fama mondiale, e da uno stilista della calzatura come Alberto Fasciani, in un progetto curato dal fotografo Alberto Narduzzi. Queste tre nuove aree speciali sono espressione della complementarietà tra abiti, oggetti e prodotti, che sempre più caratterizzano l'offerta di lifestyle di Pitti Uomo, e riflettono l'immagine evoluta del Padiglione Centrale.
 
Il focus sulla ricerca di TOUCH!
È un mondo in crescita quello espresso dalla sezione Touch!: c’è una lunga waiting list di aziende che fanno richiesta di presentare le loro collezioni in questa sezione, e si tratta in gran parte di marchi internazionali, espressione della ricerca più eclettica nel guardaroba dell’uomo contemporaneo, degli stili più visionari, che recuperano tradizioni, materiali sofisticati e ricchi del passato, per sperimentare e rappresentare l’avant-garde oggi.
 
MY FACTORY: scommessa vincente nel rappresentare gli stili emergenti
My Factory, il progetto espositivo di Pitti Uomo nato nel giugno scorso, a questa edizione si espande negli spazi del Lyceum, con un nuovo allestimento urban curato da Oliviero BaldiniMy Factory è nato come una scommessa: quella di dare rappresentazione agli stili emergenti della moda, che fanno riferimento alla cultura metropolitana oggi, alle nuove tecnologie, alle contaminazioni tra musica, arte, design. Una scommessa non semplice per un mondo così molteplice e variegato, ma My Factory è riuscito a presentarsi come un contenitore ideale, sia per le aziende, sia per i buyer alla ricerca di novità e input commerciali. Tra i marchi di questa edizione segnaliamo: Bob Sdrunk, Commune de Paris 1871, Frost Birgens, HTC - Hollywood Trading Company, Il Sistema Degli Oggetti, Levi's Made & Crafted, Salvation Nation, Springa, Uniforms For The Dedicated.
 
Gli esordi dei nomi nuovi di NEW BEAT(S)
Sempre al Lyceum, ma al primo piano, anche a questa edizione ci sarà New Beat(s), l’area che Pitti Uomo dedica ai debutti assoluti. Provengono da tutto il mondo - dalla Corea Del Sud, dall’Australia o dalla Gran Bretagna – i giovani designer che uno scouting attento ha segnalato come i più interessanti in questo momento, e che si presentano al primo appuntamento con il pubblico internazionale proprio a Pitti Uomo. Tra i marchi presenti segnaliamo: Cipher, Moveroma, Quayeyeware Australia, Rae Jones, Resurrection, Twins For Peace.

giovedì 9 dicembre 2010

La ballata dell'innocenza corrotta

Camminano nella stessa direzione, senza potersi nemmeno sfiorare, tant'è la distanza. Potrebbero suonare le medesime note, se solo usassero lo stesso strumento.
Questa è una storia antica, dell'uccello e del pesce, entrambi senza gravità.
Grave è lo sguardo con cui si osservano, lontani si, non possono toccarsi, eppure saprebbero parlarsi, svuotandosi le tasche a vicenda, se non fosse per i suoi capelli bianchi, per i suoi denti non ancora giudiziosi.
Non gli è concesso che una catena di sogni, dove ogni anello aggancia quello dell'altro con la fantasia.
Vola, e dall'alto guarda i cavalloni gonfi di spuma, lo vede galoppare a filo d'acqua sotto la sua ombra.
Vento avverso e tzunami d'emozioni silenziose, non possono toccarsi, non si possono amare, non gli resta che l'immaginazione.
E quindi danzano, la ballata dell'innocenza corrotta.

La Mauvaise Vie: PETER GRONQUIST'S FASHIONS OF DESTRUCTION

La Mauvaise Vie: PETER GRONQUIST'S FASHIONS OF DESTRUCTION: "Hi girls! Today I'm writing about Peter Gronquist, an artist who has created origal artworks. Peter Gronquist was born in Portland, Oregon ..."

flash(ion) illustration story



“La moda è un camaleonte, espressione di pensieri ed emozioni, oltre che di forme e silhouette. Non è un frivolo o manieristico esercizio di stile, ma un aspetto eccitante della nostra vita che l’illustratore ha il compito di rappresentare”.
Probabily, D.Egneus is my preferit fashion illuastrater

Tracciando una panoramica per linee essenziali deldisegno di moda, si nota come esso è stato e continua ad essere mutevole, mai costante nel corso del tempo, con periodi di totale assenza dai periodici del settore e dalla pubblicità.
Siamo nel lontano 1908, quando Paul Poiret commissiona a Iribe un album che riesca a illustrare espressivamente, e non tecnicamente, la sua nuova collezione: l’operazione riscuote tantissimo successo, così che l’haute couturiér francese decide di ripeterla affidandosi, nel 1911, alla mano di un altro disegnatore. L’album si intitola “Les Choses de Paul Poiret vues par George Lepape” ed è quello che segna il progresso, la svolta nell’illustrazione di moda: una collezione “vista” mediante un occhio diverso e distante da quello dello stilista.
Comincia la storia della rappresentazione grafica di moda elevata al rango di espressione artistica, in un rapporto di reciproca influenza con le arti maggiori. LaGazette du Bon Ton è la rivista in cui opera l’equipe di grandi come Barbier, Martin, Marty, Brissaud e i già citati Lepape e Iribe, che riusciranno ad influenzare persino la fotografia e a non farsi soppiantare da essa.
Ogni loro illustrazione, anche su altre riviste, affiancata dalle firme di talenti come Brunelleschi, Ertè, Benito o Drian, inquadra perfettamente la moda dell’epoca nei contesti più appropriati, diffondendola mediante le numerose testate giornalistiche esistenti in quel periodo.

Legata prevalentemente all’alta moda, la storia dell’illustrazione ne segue gli sviluppi e le crisi, alternando periodi di grande fioritura a fasi di stallo, lasciandosi sostituire dall’oggettività del mezzo fotografico.
Gli anni ’30 vedono per primi il declino: capofila è Vogue, e a seguire le testate minori, che bandisce le celebri copertine disegnate per sostituirle con quelle fotografiche.
In maniera molto più marcata, la verità dell’obiettivo fotografico non teme rivali negli anni ’50. Solo con le nascenti collaborazioni fra artisti e stilisti si vedono lievi accenni di un ritorno all’illustrazione: su tutti, il celebre connubio Dior – Gruau, emblema di come un’ artista “vede”, determina, caratterizza col proprio segno grafico il lavoro di uno stilista.
Dall’inizio degli anni ’60, si assiste ad un definitivo abbandono del disegno di moda. Collettivamente le riviste del settore intraprendono una politica editoriale che solo sporadicamente si avvale di artisti per la loro celebrità, per eventi speciali, e non di rado per iniziativa spontanea degli stessi, ma in qualità comunque di reporter.

La sola fotografia ha il compito di registrare, di riportare meccanicamente, documentare, con non pochi problemi visuali, entro confini tecnici che la totale libertà del disegno non conosce.
Per tutta la durata degli anni ’60 e ’70 riviste come Harper’s Bazaar e Vogue danno uguale enfasi a fotografie e disegni: alcuni dei loro regolari collaboratori come Rene Bouché ed Eric muoiono e nessuno, per lungo tempo, li sostituisce.
Un’unica firma compare sulle riviste: quella di Antonio Lopez. Da Women’s Wear Daily al New York Time, a Elle, i suoi lavori suscitano l’interesse di molti.
Lo stile versatile, frutto di diverse influenze, dalla Pop Art al Surrealismo, regala vitalità al mondo dell’illustrazione di moda, ma sopra ogni cosa, crea un ponte fra gli anni ’60 e la rinascita degli ’80, escludendo il manierismo fotografico del tempo.

Indumenti non fotografabili, che necessitano angolazioni diverse per risultare suggestivi, conducono gli editori a rivolgersi agli artisti: da un’istantanea si può evocare l’indumento, l’umore dello stilista piuttosto che quello della stagione culturale in cui esso nasce.
Le riviste tornano ad essere, come all’inizio del secolo, espositrici di illustrazione il cui linguaggio creativo si trasforma in vera e propria espressione artistica.
La mode en Peinture promuove le donne forti e dominanti, catturate per impressioni, di Tony Viramontes che collaborerà poi con Lei, The Face, MarieClaire e Le Monde.
Mats Gustavson, per Vogue e MarieClaire, descrive tagli e stili tramite l’uso coinciso di linea e colore; Joe Eula si serve di acquerelli veloci per fermare sulla carta un abito in passerella; Alterio ci porta dentro atmosfere fumose e intense; Michael Roberts traduce Picasso e Arte Africana per i servizi del Sunday TimesNovaVingt Ans.
Per quanto riguarda Vanity, già nel 1981, con l’incentivo di Anna Piaggi, compaiono le “vignette” satiriche di Hippolyte Romain, collaboratore anche de La Mode en Peinture, col suo peculiare segno caustico, sebbene egli adori il mondo della moda.
Con Alberto Nodolini questa forma d’arte è incrementata maggiormente, enfatizzata da talenti italiani “indigeni” e dalle caratteristiche particolari: ecco comparire le incisioni di François Berthoud, la tecnica altamente rifinita dei pastelli a olio di Lorenzo Mattotti (entrambi hanno radici che affondano nel fumetto), gli abiti-sculture rappresentati da Stefano Canulli, e molti altri.
Se pure con tecniche e punti di vista totalmente distanti, ognuno di loro contribuisce a modificare la riproduzione grafica del vestire, grazie alla forza dell’essenzialità, alla personale interpretazione, lontana dalla mera documentazione fotografica.
Gli anni Novanta si servono dell’arte del disegno, non solo per gli abiti di tendenza, ma anche per gli oggetti di design.
In generale è la pubblicità ad acquisire questo volto: artisti come Jason Brook, i cui disegni a inchiostro ci riportano a Beardsley; Jasper Goodall o Thierry Perez appaiono con le loro immagini pseudorealistiche su Vogue, Visionaire, The Sunday Times.
Alla fine del decennio comincia la velocissima scalata delle tecniche computerizzate, che consentono di “vedere”, di studiare ancora, di trasformare una sfilata in un album.
Gli illustratori di moda attuali si avvalgono di strumenti e metodi che rispondono ai cambiamenti di gusto nella moda, nella società e nell’arte, mostrando stili variabili, tuttavia riconoscibili, che mutano al variare dell’umore della moda, dello style.
François Berthoud, la cui carriera ha inizio negli anni Ottanta, continua ad illustrare la moda: utilizza vernici a smalto tanto quanto Photoshop, mantenendo uno stile diretto ed efficace come quello degli esordi, giustificato dall’incisione.
Photoshop, scanners, collage fotografici e le più disparate tecniche informatiche, hanno trasformato l’arte dell’illustrazione: cosmic cybergirls popolano le pagine di moda, ma sono numerose le contaminazioni dei mezzi grafici, tanto che non importa più se l’handmade è in realtà un effetto creato digitalmente, la licenza artistica è un aspetto essenziale.
L’illustrazione continua così ad affascinare per le sue qualità narrative, filtrate dall’artista libero di esprimere fantasia e talento, in alternativa allo “squallido shock della quasi-porno estetica fotografica del tempo”.
Sebbene quest’ultimo concetto sia legato alle più recenti sperimentazioni grafiche, serve a riportarci all’analisi intrapresa dell’opera di Mattotti, alle immagini di celata sensualità che, negli anni che vanno dall’’84 all’’89, ne costituiscono una valida testimonianza.
E’ interessante notare come, nonostante la sua dichiarata estraneità al mondo-moda, riporti una documentazione efficace del suo tempo.
Gaia Nicastro

venerdì 3 dicembre 2010

L'artista di Creta

I fanciullini hanno gli occhi sgranati, quando guardano il mare d'inverno.
A me i brividi vengono scoprendo il cielo ansimare,
quando ci troviamo con un brandello di stella sul dorso del cuore,
diventiamo tutti buoni sarti, e risistemiamo i punti, a distanza di un centimetro stavolta.


La differenza tra il creativo e l'artista, è davvero minima, io credo. Potrebbero essere la stessa persona, una doppia faccia che presta or l'una, or l'altra guancia alla vita. Il creativo deve scendere a compromessi e prestate la sua arte al prodotto, non può concedersi il lusso di cacare su una tela e chiamarla arte, se prima non ha ideato un cesso. L'artista deve soffrire in silenzio, aspettando il suo momento per sentirsi libero, deve essere gestito da un profilo credibile e funzionale.
Perchè quì niente è gratis, perchè rimpiazzarti è davvero semplice.
Il creativo deve tenere il bastone del comando, se l'artista nasce ambizioso. Ma poi, mi rendo conto, non si può chiedere all'artista di mascherarsi ed essere costante, lui non sà stare incatenato, nel ritmo degli altri, ciò che è, suona fuori tempo, e costringerlo ad adeguarsi, è sfiguarlo, è corromperlo, per il mero obbiettivo di un riconoscimento.
Ma non c'è strada più ripida che l'affermare la propria libertà, il proprio essere come unico. Se forse ci sgabbiassimo, saremmo tutti degli artisti.
Forse solo il radicale può emergere, la strada del creativo, sembra semplicemente la meno rischiosa. Comincio a sproloquiare.
Troppa carne al fuoco, come al solito, riordinare i miei cassetti, è sempre un dramma. Ho bisogno di musica.

mercoledì 1 dicembre 2010

ANFETAMINA

mis. mis. mis.

MiScugli di colore iMpiaStrano la tela
Mi Scuso con il Suolo
Mi Sciolgo con il Suono
Mi Sento come che Sono.

ed ora un paio di haiku:
1) pioggia,
un mazzo di Iris attraversa il mio cancello.

2) una mosca screziata
a zonzo scie cobalto 


domenica 28 novembre 2010

QUANDO LA MUSICA é UN'IMMAGINE DI FELLINI

 
L'autostrada
La casa era giusto al confine tra il vento e la sete
un posto abitato da fate
e da poche altre forme di vita ugualmente concrete
vicino all'incrocio di un paio di strade sterrate
che senza motivo apparente si incontrano
e poi, disperate, ripartono
tristi, così come sono arrivate.
Comunque a qualcuno una volta saranno piaciute
se poi sono state abitate
qualcuno che fermo all'incrocio pensò:
"aspettiamo che arrivi l'estate"
l'estate da noi non è mica un periodo felice
che il caldo ti toglie la pace
la polvere copre ogni cosa
e ti spezza la voce, l'odore di verze marcite
la gente che passa ci guarda e prosegue veloce
ci osserva e prosegue veloce
magari saluta, ma sempre prosegue veloce
se almeno si vedesse l'autostrada
ci porterebbe senz'altro a una città
oppure proseguire ovunque vada
meglio
meglio che qua
la chiesa era uguale alle case, ma aveva una croce
e forse un po' più di vernice
ed un'unica luce fornita da fiaccole appese
imbevute di pece
fu lì che la vidi a braccetto col prete
era il 5 di aprile
e tirava una brezza che dava un colore alla quiete
e profumo di pane alle olive
lei pure mi vide
e forse sorrise
non sono sicuro, ma forse davvero sorrise
perché all'improvviso fu molto più forte l'odore del pane alle olive
la gente che passa ci guarda e prosegue veloce
ci osserva e prosegue veloce
magari sorride, ma sempre prosegue veloce
se almeno si vedesse l'autostrada
ci porterebbe senz'altro a una città
oppure proseguire ovunque vada
meglio
meglio che qua

a volte succede qualcosa di dolce e fatale
come svegliarsi e trovare la neve
o come quel giorno che lei mi sorrise
ma senza voltarsi e fuggire
vederla venirmi vicino fu quasi morire
trovare per caso il destino
e non sapere che dire
ma invece fu lei a parlare
"mi piace guardare la faccia nascosta del sole
vedere che in fondo si muove
dormire distesa su un letto di viole" mi disse
e a te cosa piace?
"mi piace sentire la forza di un'ala che si apre
volare lontano
sentirmi rapace, capace di dirti ti amo
aspettiamola insieme l'estate"
e intanto volevo sparire
pensando alle cose che avevo da offrire
l'incrocio
la casa
la chiesa
la croce
l'incrocio-la casa-la chiesa-la croce
ed in più lo spettacolo atroce di tutta...
la gente che passa ci guarda e prosegue veloce
ci osserva e prosegue veloce
magari sorride, ma sempre prosegue veloce
la gente che passa ci guarda e prosegue veloce
ci osserva e prosegue veloce
magari saluta, ma sempre prosegue veloce
la gente
che passa
ci guarda
ci osserva
e prosegue veloce

Daniele Silvestri

sabato 27 novembre 2010

L'artista d'avanguardia

"....Se infatti l'arte rappresenta un valore, questo valore non è però neutrale o equidistante rispetto alle varie componenti della società civile; al contrario, esso è stato posto il più delle volte al servizio delle forze dominanti, che non di rado ne hanno approfittato a fini di manipolazione del consenso. Per la verità, ciò parebbe stridere col ruolo antagonista che negli ultimi due secoli si sono attribuite le molteplici avanguardie artistiche, dai poeti maledetti ai pittori dadaisti, al teatro dell'assurdo, cui s'è accompagnata la comparsa d'una nuova figura d'artista, quella dell'artista ribelle o saturnino; tuttavia anche il messaggio d'avanguardia, che nelle sue intenzioni vorrebbe suonare eversivo rispetto al blocco di valori tradizionali, risulta poi depotenziato e reso innocuo. E infatti l'artista d'avanguardia non può esprimere altrimenti la propria opposizione agli stili di vita dominanti che attraverso il rifiuto del loro specifico linguaggio; in tal modo però egli è costretto ad adottare forme espressive incomprensibili alle grandi masse, restandone quindi estraneo, e perpetuando il suo isolamento in quella sfera separata prevista dal sistema. L'arte d'avanguardia, cosi', finisce fatalmente per smarrire i propri connotati, trasformandosi suo malgrado in un fenomeno eccentrico, da consumare nei salotti" (ed da esporre nei musei aggiungo io). Papà:" Che Guevara è stato ricompreso nel sistema, perdendo tutta la sua carica eversiva e rivoluzionaria quando è finito sulle magliette" ; ma aggiungo io, era inevitabile che diventasse un simbolo perchè il suo messaggio avesse più ampia diffusione e contagio.



    • Virginia Parisi
      già, alla fine, l'arte, quella che nasce dal rifiuto, quello che vorrebbe contrapporsi alle ideologie accettate, quella che cerca di essere spietata finisce nelle mani delle masse fino all'inflazione, perdendo quella potenza che può nascere... solo dal dolore. in finale l'arte viene sfruttata e ci si ritrova a parlare di Dalì alla stregua del gossip. L'unico modo per far si che l'avanguardia sopravviva è farla nascere e farla morire, restituendole quel significato di unicità condiviso da pochi. Tutelarla nel senso di non gettarla in pasto a coloro che percepiscono un quadro,come una bella figura. Penso a tutti quelli che se vanno in giro con il giudizio universale stampato sulla t-shirt senza rendersi conto della sofferenza di un Michelangelo che temeva la morte, intensificando la muscolatura per trasmettere il terrore grottesco che incute il nostro Dio, il nostro giudice.
      vabbè, lasciamo perdere.

      ·

    • Tiziano Tancredi
      Sapevo avresti commentato...Il problema triste ma inevitabile è proprio questo: le più alte manifestazioni espressive del genere umano sono incomprensibili alla maggior parte delle persone...Perchè più il livello si alza, più diventano d'el...itè e le persone per tentare di capire, devono essere loro stesso artisti (ma questa non è ugualmente una soluzione) oppure far ricorso a "esperti", "critici" che danno i loro giudizi di qualcosa di cui non è detto abbiamo compreso a fondo il significato dato l'impossibilità che abbiamo di comprendere le emozioni,gli stati d'animo dell'artista(e anche delle altre persone, in quanto non vissute da noi) se non marginalmente....E' un cane si morde la coda, un circolo vizioso.Il problema mi tocca molto volendo fare lo storico/critico d'arte...Mostra tutto


    • Laura  tutta l'arte è completamente inutile.

    • Virginia Parisi
      l'arte non serve a nulla. discutibile.
      Citiamo i vari artisti che, per esempio nelle aste, vendono le o proprie opere per fior fior di soldi, e poi devolgono il ricavato in beneficienza. Allora la beneficienza è inutile.
      Parliamo del pop, di... quel famoso Wharol che ha commercializzato le sue creature, rendendo l'arte accessibile a tutti e decretandola un bene comune. Magari si tratta di creature estetiche, superflue, ma io dico che la bellezza non è inutile ed è parte integrante del mondo, da quì l'arte/prodotto. Se vuoi altri esempi, pensa un pò alle arti applicate, nonchè al design, all'artigianato, alla moda, sono cose inutili? Non è poi la stessa arte, il motore dell'introspezione, dell'atteggiamento critico, delle emozioni? le emozioni non sono inutili, ne sono coonvinta io, e ne era convinta la Chiesa del 400, ma anche prima (da Giotto in poi probabilmente) che aveva capito la potenza di un affresco, in grado di affermare il suo potere, di raccogliere i fedeli e farli sentire all'unisono.
      La musica è inutile? La poesia è inutile? L'arte è uno strumento dell'uomo, ed egli può anche decidere di servirsene per degli scopi.
      NON SCRIVIAMO FRASI FATTE.
      Conversazione su facebook.

venerdì 26 novembre 2010

Goya, Iris e l'arancio senza sapore

"e le promesse regalate telepaticamente.."  _99 posse_


Essere me oggi, significa non avere voglie. Significa, sdoppiarsi e guardarsi disegnare, e puntarsi contro un indice. Eccomi lì, gobba su un tavolino troppo basso, piena di occhiaie, con un pennello in mano e troppi fili in testa da manovrare. Faccio smorfie e mi ridicolizzo, perchè oggi non sono all'altezza delle mie aspettative. Mentre siedo, mi guardo ridere di me stessa e piagnucolo, e mi incazzo e mi faccio un thé, che forse rientro nei gangheri. Sono troppo severa, troppo rigida e non riesco ad accontentarmi del presente e allora volo più in là, dove mi aspetta quello che non c'è e ho male. Mentre zompavo non mi sono resa conto di aver lasciato andare senza neanche guardarlo, quell'adesso che non c'è più. Dicono che sia questione di maturità la calma. Oggi essere me significa essere forastici ed inquieti come un gatto in allerta. Il quadro di Goya, il tempo che mangia i propri figli, ecco mi sento quel barba-nera che fagocita i propri secondi..."Desy, che confusione, pochi secondi, per fare l'amore". E mi si mischiano dentro troppi colori, quelli di Goya, le note dei Led Zep. impiccate alle corde di un  pentagramma disegnato da me, l'arancio senza sapore, il braccio di Amore che cinge Psiche...
Questa è la gioventù mi dico, piena di.
Essere me oggi è confrontarsi con Iris e continuare a rimproverarla perchè non cresce in fretta quanto vorrei, e, d'altro canto, sentirla sbraitare a sua volta che sono una maledetta enervé rinchiusa in sé stessa, eccentrica e floscia come un panno di Magritte.
E se solo i colori possono salvarci, bè, oggi voglio solo il grigio.

Musica per chi l'ascolta la prima volta

Parliamo di musica. Ecco, parliamo dei contenuti. Panorama variegato quello italiano, nevvero?Di cosa ci cantano i nostri connazionali? Io non mi ritrovo in questi testi mediocri, facili che sproloquiano sull'amore, il dolore, la vita di strada. Testi che non raccontano di niente che già non sappiamo, che avremmo voglia di approfondire.
Io credo che le canzoni siano innanzitutto un racconto. In effetti mi domando con ardore, cosa cazzo vogliano dire i testi degli Afterhours che adoro, bene intesi, ma con un testo talmente interpretativo che disorienta. Lo stesso vale per molti altri che non cito, perchè non sono quì per recensire alcun gruppo, tanto più che non ne ho le competenze. Sono quì per rammaricarmi del fatto che l'ereditarietà di testi tanto belli che c'hanno cantato in tanti sono stati soppiantati da testi vendibili. La stessa denuncia è riferita ai video musicali.
Vuoti.
ARTISTI ITALIANI, vi chiedo di utilizzare la vostra musica per dirmi qualcosa che non sappia già. Sò cos'è l'amore e l'odio, parlatemi di qualcos'altro.

Questo è il testo dei JONNY BLITZ, loro si, loro raccontano.

Jago il mago

Intrattenere è un arte
indovinare carte
contare fino a tre
conigli dal gilet
farsi segare parte a parte

Ma è sempre più difficile sorprendere la gente
che ormai si è abituata a non sorprendersi di niente

Scommetto su me stesso
non vi deluderò
questa sera ho un numero diverso
lo show dell'universo


Sparirò, e non mi troveranno
non mi vedono e io vedo
già i giornali che ne parlano..
"lo show di Jago il mago"
sapessi ancora quante cose da mostrarvi che c'avrei

Sparirò, e non mi troveranno
sono magico e vedo già
i giornali che ne parlano..
"lo show di Jago il mago"
sapessi ancora quante cose da mostrarvi che c'avrei


Ma è' proprio sul più bello
che vi sorprenderò:
ricomparirò sul palco
agitando il mio mantello
mi toglierò il cappello
saluterò il mio pubblico e poi

Cambierò la forma della nota anatomia
nessuno ha mai visto prima questo tipo di magia


Sparerò
è l'ultimo spettacolo
"lo show di Jago il mago"
sapessi ancora quante cose da mostrarvi che c'avrei

Sparerò,e non mi
fermeranno sono magico e vedo
già i giornali che ne parlano..
"lo show di Jago il mago"
sapessi ancora quante cose da mostrarvi che c'avrei
sapessi ancora quante cose da mostrarvi che c'avrei.

http://www.myspace.com/ascoltajonnyblitz

giovedì 11 novembre 2010

Di Moda

Dunque, è davvero questa la Moda?
noi, che tra una manciata d'anni staremo dietro le quinte di una passerella, muoviamo timidi, timidi passi e siamo avidi di notizie, di nozioni, di lezioni che ci lascino spiare un poco.
Dunque, è così che funziona? mani sempre pronte a tastare il cappotto della signora di spalle, già, quella sul treno, che pur di sentirlo scorrere tra le dita, spintoniamo i vecchietti, respiriamo ascelle e rischiamo di esser scambiati per maniaci..per poi essere delusi, del resto, visto che si trattava niente meno che di una fibraccia sintetica.
Già, questa è Moda, indossare spessi occhiali da sole, per evitare di essere sorpresi a squadrare le persone, ma-chi-se-ne-frega delle persone, se sei bello o brutto, alto o basso, non ci importa, a patto che tu sia CURATO. Che i tuoi abiti, parlino di te. Madre Natura ti ha fatto come le pareva, noi ti diamo la chance di essere chi e come vuoi. Guarda, potete anche essere grassi, purchè non lavoriate nel nostro campo, noi non possiamo, perchè in fondo, la sfilata ci rappresenta, visto che è il nostro frutto e vige l'obbligo silenzioso di essere "MAGRI, MAGRI, MAGRI, perchè regaliamo un sogno alla gente e anche Audrey Hepburn era un uccellino", e questa è l'esatta citazione di un mio professore. L'anoressia non è colpa nostra, ma le ragazzine anoressiche troveranno rifugio certo, nella consolazione di poter dire: "Aundrey era bella e MAGRA, posso fare la modella".
Già, noi che ci complimentiamo tanto con l'amichetto per la borsa di pelle, mmmm...così morbida, e sempre con la bocca piena di congratulazioni, che bel vestito, che bella nuances, che bel bottone (importantissimi dettagli), e poi a sproloquiare sulla gaffe di quel tizio che, amor mio, ti prego, aveva al collo il foulard zebrato.
Antico.
Già, noi dobbiamo stare sempre un passo avanti e schifare ciò che OGGI è moda, ed è anche un bel vantaggio dico io, posso veramente vestirmi come mi comando, a patto di essere CU-RA-TA!
Da noi, funziona (così ci dicono) che c'è una competitività  al limite della giungla, e forse ancora non ho capito che ci sia di male, perchè la descrivono come cosa brutta e amara, ci vedo, noi piccola aspiranti, competitivi già, ma personalmente, sono sinceramente contenta per Maria Pia se ha lavorato bene, e me la prendo con me se non ho sputato il sangue quanto gli altri. Ma è uso comune, arrivare primi e gonfiarsi il petto, fingendo che sia stata cosa da nulla, cucire quel maledetto corpetto di rettile. 
Noi, che ci scopiamo le vetrine, sognamo Parigi, ci innamoriamo di una suola ben costruita e ci mangiamo pane e sfilate a colazione, noi che DOLCE E GABBANA mai nella vita, KENZO for ever, noi che ci scegliamo i vestiti la sera prima, ci frantumiamo le dita tra spilli e aghi e mani sempre chiazzate di colori.
Noi e le nottate su nuovi figurini,noi che dobbiamo correre da una mostra all'altra e sfogliare centoeuno riviste, giacchè l'arte è un bel pezzo del mestiere, noi che le superfici sono la metà della vita, mentre l'altra è occupata dai tessuti, noi che abbiamo capito quanto cazzo sia importante l'immagine, perchè, in fondo non siamo altro che questo:
immagini in movimento.

noi, studenti di Moda.

venerdì 5 novembre 2010

Dopo J. Kerouak, BIT BEAT GENERATION

di notte i rumori si fanno eco, rimbombando nelle stanze spente, e nelle strade vuote, rimanendo agganciati agli ogetti.
Le foglie strascicano.

Carissima bit beat generation, sò che puoi fare molto se cominci a stupirti. Comincia dalle cose semplice, come guardare il fornaio che ti fà il pane, e ringraziarlo da dentro, se domani qualcuno lavorerà per venderlo, qualcun altro suderà per comprarlo. Tu, che ti accusano di  non avere interessi e opinioni, rispondi che sei cresciuto pieno di vizi e senza guide, e ciò che sei lo devi alle tue scelte. Bit, beat, parlargli della musica che ascolti, argomenta le note o resta in silenzio, ma con lo sguardo infuocato, digli che anche tu hai dei gusti, magari discutibili ma tuoi.

Generazione, ti chiedo di essere sincera e affermarti. Abbiamo distrutto gli ideali, abbiamo parlato male, ce ne siamo stati col culo a terra, imboccati da persone anziane e chiuse come uova, ma stanchiamoci di emarginarci.

Restare in casa e ascoltarsi ci è stato indispensabile, adesso dobbiamo riunirci e guardarci in faccia, amareggiati di come và il mondo e orgogliosi di poter irrompere nel mondo, come noi lo vorremo.

Ahimè, autunno triste,  tu che non hai il Natale o i fiori, io temo gli altri perchè non ho fiducia. Siamo senz'arte nè parte, senza inverni e senza primavere,senza mare e montagne? Bit Beat generation, di questo parlano.Ma io mi stupisco, ho interessi, opinioni e giudizi, io ho scelto di non credergli, di pensare a modo mio, di sbagliare fino in fondo e piangere, e piangere, e piangere e finalmente, avere coraggio di uscire dagli schemi.

Generazione a disagio, io giro la testa e vi assicuro che siamo in tanti e siamo forti.
diventiamo guerrieri, strappiamogli la convinzione che le nostre radici attingono da un terreno mediocre

domenica 31 ottobre 2010

quadro

parliamo d'Arte. No, già partiamo male, cosa ne sà una ventunenne d'Arte? Mi piace, si assai, ma non sono una critica, e peccherei d'impudenza se dicessi di essere in grado di poterne parlare, come sò parlare del tempo, e del cibo, per intenderci. Allora ridimensioniamoci un pò, di gente che si riempie la bocca d'Arte, ce n'è troppa.
Io parlo di un quadro si, ma di un'opera (a patto che possa essere chiamata così) che abita una parete di casa mia. Mi chiedo, poverino, se non si senta triste rilegato su quella parete, inosservato e vicino ad una libreria impolverata. Siamo degli ingrati, quanti ogetti fanno parte del nostro ordinario e restano trasparenti ai nostri occhi impegnati?
Il quadro, è un pò che l'osservo, e non posso fare a meno di stupirmi, nel ritrovarci qualcosa di estremamente reale. Sembra mi narri la storia di una donna che conosco. C'è infatti, una signora piantata al centro, fino a metà del busto, ed è vestita di rosso, e ha dei fiori in mano. Ma l'abito non sfavilla e i fiori a mala pena si distinguono. è come se tutti i colori fossero vecchi di mille anni, e muoiono tra la cornice e il vetro, muoiono rancidi e incartapecoriti, impoveriti, ma con dignità. Non sò spiegarlo, e neanche serve; a me, questo dice il quadro. La donna è di tre quarti e non ha volto, ha solo un profilo sbiadito e sfocato, senza espressione. Tutto muore, ma non è morto, e lei anche, sembra imprigionata in quel frammento di tempo, ferma e rassegnata. Alle sue spalle c'è una figura di schiena, e mi chiedo perchè stia lì, perchè non vada vicino alla sposa .
che significa? La odio quella sagoma, non capisco perchè non abbracci la figlia e se ne stia indifferente laggiù, forse andrà via.
Questo quadro mi rattristisce, sembra il racconto di un'esistenza ingiallita dalle delusioni e dalle aspettative spezzate. Ci vedo De Chirico in quel profilo, ci vedo Uccello in quella tela cristallizzata e ci vedo mia madre nell'abito di sposa. Questa non è Arte, ma qualcuno forse ha sofferto per dipingere quel quadro.

  • 1 Elemento o superficie di forma quadrata: bandiera a q. bianchi e rossi
  • 2 Dipinto su tela o altro, di forma perlopiù quadrangolare || essere, sembrare un q., di ciò che è talmente perfetto da non sembrare reale ma opera di un artista
  • 3 fig. Scena, spettacolo: le periferie delle città offrono q. desolanti
  • 4 fig. Relazione, descrizione sommaria ma efficace: fare il q. della situazione
  • 5 fig. Situazione, condizione, ambito || q. politico, situazione politica generale, nazionale o internazionale | q. clinico, situazione di un paziente ai fini della diagnosi • loc. prep. nel q. di, nell'ambito di, nel complesso di: nel q. delle iniziative scolastiche
  • 6 Tabella, prospetto contenente dati: affiggere i q. dei voti scolastici || q. murali, bacheche, tabelloni
  • 7 Pannello con dispositivi di comando, controllo, segnalazione: i q. di controllo degli impianti elettrici
  • 8 Ciascuna delle parti in cui l'atto di un'opera teatrale può essere suddiviso, con cambiamento di scena
  • 9 cine. Ogni ripresa senza interruzioni di una stessa azione o di una stessa immagine; il rettangolo dell'immagine proiettata sullo schermo: mettere a fuoco il q.
  • 10 sport. q. svedese, attrezzo da palestra, costituito da un reticolato di aste di legno fissate al pavimento e al soffitto
  • 11 mar. q. di poppa, parte emersa della poppa di una nave, su cui gener. è collocato il nome
  • 12 (spec. pl.) Insieme organico degli ufficiali e di tutti i graduati di un'unità militare o, più spesso, dei soli ufficiali SIN organicoestens. complesso dei responsabili o dei dirigenti di un'organizzazione, di un'azienda, di un partito politico ecc.
  • 13 (pl.) Nelle carte da gioco francesi, uno dei quattro semi, disegnato con un rombo rosso
  • • In funzione di agg. inv.nel l. politico e giuridico, che serve da inquadramento, che pone le linee generali: legge q.
  • • dim. quadretto | accr. quadrone | pegg. quadraccio
  • • sec. XIV; a. 1951 (12)